2014  CILE

Una nazione ... vulcanica

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Santiago - Palacio de la Moneda

 

Durante la pianificazione del viaggio nutrivo molti dubbi sul buon esito di alcuni tappe dello stesso. Alcuni percorsi mi parevano troppo “esagerati” per essere portati a compimento in solitaria, senza l’ausilio di qualche tour operator locale che avrebbe indubitabilmente svilito il piacere di godere in modo totale i superbi panorami che smaniavo di apprezzare in tutta la loro grandiosità. Invece, grazie alle continue e approfondite informazioni che prendevo di volta in volta, ho percepito che ce l’avrei potuta fare, nella maggior parte dei casi. E’ grazie a questa tenacia, questa incredibile determinazione che sono perciò riuscito a esultare più volte davanti a paesaggi persino eccessivi, smodati. E mi riferisco alla ruta che mi ha portato al paso de San Francisco (4.726 metri) e a quella, nella straordinaria Valle dell’Elqui fino al paso Agua Grande (4.753 metri). Come non citare poi le magnifiche escursioni nei dintorni di San Pedro de Atacama: le lagune Miscanti e Miniques, la Valle della Luna e della Morte, il Salar de Atacama con la laguna Chaxa e i suoi flamingos, la laguna Cejar. Purtroppo per i Geysers del Tatio ho dovuto accettare di unirmi ad un gruppo, ma con una partenza alle 4 del mattino sarebbe stato azzardato inoltrarsi nelle piste del deserto con un auto normale. E ancora la bellissima escursione all’isla Pan de Azucar ad ammirare i pinguini di Humboldt e altre specie autoctone, i bagni nelle gelide acque del Pacifico, la visita di Valparaiso. Viaggiare per il Cile nel modo come sono riuscito a fare è qualcosa che gratifica ad un livello che si può anche non tollerare dato il godimento assoluto che scuote, squassa, fino a liberare urla di gioia, come più volte ho fatto, che salgono nel cielo fino ad accarezzare le maestose cime di vulcani e montagne altissime che mi circondavano di continuo. Dopo un volo Tap da Malpensa a Lisbona, m’imbarco su un aereo della Tam, e dopo quasi dieci ore atterro in territorio brasiliano, nella sterminata megalopoli di San Paolo. Ultimo salto ed eccomi finalmente all’aeroporto Arturo Merino Benitez di Santiago. Ritiro una Chevrolet Sail e mi dirigo verso l’hostal Amazonas, già prenotato dall’Italia dove parcheggio l’auto. Devo fare le cose in fretta se voglio visitare la città. Raggiungo la vicina plaza Italia dove prendo la metro fino a Universidad. Qui sono in una delle arterie più importanti della capitale, la Alameda, dove entro nella iglesia de San Francisco, il più antico edificio coloniale di Santiago, tuttavia privo di alcun pregio architettonico come d’altronde verificherò in seguito per i più importanti edifici religiosi del paese. A tre navate, presenta un soffitto con lacunari in legno e muri laterali in pietra. Celebre la piccola Virgen del Socorro sull’altare neoclassico. Discendo quindi la via fino al famoso Palacio de la Moneda, sede presidenziale e il cui nome deriva dal fatto che un tempo era sede ufficiale della Zecca. In stile neoclassico, viene impreziosito da uno spiazzo frontale ricco di basse fontanelle. Percorro ora alcune vie centrali, per terminare alla Plaza des Armas, il cuore simbolico, dove in epoca coloniale un patibolo era collocato al centro, sostituito ora  da una fontana che celebra il Libertador. Nonostante la zona sia quella del passeggio, non detiene nulla di interessante se non la Catedral, più grandiosa che degna di particolare interesse. A tre navate, quella centrale presenta una volta a botte con alcuni affreschi, dieci campate di cui ben quattro all’interno del profondo presbiterio con altare in marmo sormontato da ciborio. Sopra le cappelle laterali piacevole vetrate e lunette policrome. Esternamente si alzano due torri campanarie diseguali e tre portici mentre sulla piazza si affacciano anche il palazzo della Posta e il museo Historico nacional. Dato che la città non ha da offrire moltissimo decido di raggiungere la funicolar  ai piedi del Cerro San Cristobal e salire al mirador dove posso gustare almeno una vista complessiva dall’alto. Lì in cima c’è anche una bianca statua della Virgen de la Inmaculada Concepcion che domina la Cumbre. La tensione del volo mi presenta il conto, sono cotto a puntino, e dopo una cena frugale con pollo e patatine mi dirigo verso l’ostello. Domani avrà inizio il vero viaggio, e ho davvero necessità di recuperare un po’ le forze. Partirò, infatti, alle 4.30 prendendo la autopista 5 verso nord. Alle 6.30 sorge il sole e comincio ad ammirare lo splendido paesaggio desertico che mi accompagnerà per quasi tutti i giorni della mia permanenza. Raggiunta l’agitata costa Pacifica a Los Vilos s’intravede qua e la qualche spiaggia, ma alle sette del mattino non si può davvero fare il bagno, pena restare surgelati agli arti. Nei pressi di Huentalauquen vengo attratto da insegne che reclamizzano una specialità locale, le empanadas de queso così mi concedo una sosta per comprarne un paio che gusto durante il prosieguo verso nord. Sulla autopista panamericana sono presenti molti pedaggi che la rendono dispendiosa, ma non ci sono alternative per lunghi tratti se non si vuole perdere giorni all’interno. Ecco La Serena, dopo 470 km, la seconda città più antica del Cile. Parcheggio e mi dedico alla visita del suo centro, approfittando per chiedere all’ufficio turistico la percorribilità con un auto normale della Ruta 41 che porta sino al Paso Agua Grande e della Ruta 31 che da Copiapò sale al Paso de San Francisco, due climax che non voglio assolutamente perdere, ad altezze vertiginose, due delle strade più belle al mondo. Ricevo notizie positive che mi mettono di buon umore, mentre passeggio fra vie pedonali raggiungendo la locale Plaza des Armas dov’è la Catedral, senza particolari attrattive. A tre navate, la centrale con volta a botte detiene alcuni dipinti senza pregio. Vicino è un'altra chiesa minore, la iglesia de San Francisco, iniziata nel 1585, e l’unico edificio che sopravvisse all’attacco del corsare inglese Sharp che incendiò la città nel 1680. Ho tempo a sufficienza, perciò mi reco in auto sul litorale, dove una spiaggia lunghissima che si spinge fino a Coquimbo invoglia all’attività balneare. L’entrata in acqua sarà uno choc, anche se dovrei essere abituato a mari così freddi dopo la Nuova Zelanda e il sud dell’Australia. Comunque non è propriamente un piacere al di là di crogiolarsi al sole sulla spiaggia per ristabilire la corretta circolazione del sangue. Riparto percorrendo altri 350 km circondato da montagne e colline desertiche che ostentano una moltitudine di tonalità di colore fra l’ocra e il marrone scuro. Il deserto ti entra dentro da subito, nonostante non ne sia ancora circondato come sarà durante i prossimi giorni. A Copiapò trovo alloggio e dedico quasi tutto il mio tempo a domandare informazioni sulla Ruta 31 fino al Paso de San Francisco. Dopo una dozzina di risposte contrastanti, alcune delle quali, come al locale ufficio turistico, dissuadevano dall’intraprendere questa avventura in solitaria e con un auto normale, mi viene l’arguta idea di chiedere alla caserma dei Carabineros de Chile. Chi più di loro possono darmi notizie attendibili! Ne esco confortato, sembra che sia possibile, naturalmente stando attendi alla guida… e ci mancherebbe altro! Con l’adrenalina a mille decido di concedermi il miglior ristorante del posto, il Legado, dove gusterò un ottimo cinghiale al Porto, bagnato da una coppa di Cabernet Sauvignon del 2011. Felice, torno in hotel, deciso a ricavare dalla giornata di domani il massimo godimento possibile. Il meteo è perfetto, un miliardi di luci accendono il cielo alla mia partenza la mattina seguente, alle cinque. Ieri ho dovuto acquistare una tanica che ho riempito con 20 litri di benzina. Sapevo che non avrei incontrato distributori lungo il tragitto, un cartello infatti indica che il prossimo sarà a 460 km, in territorio argentino. Man mano che salgo, lungo la comoda Ruta 31, stretto da montagne che avverto sempre più alte e frastagliate, la sensazione di aver intrapreso qualcosa di unico si fa strada dentro di me e ne ho la conferma quando il sole, dietro le cime, comincia a dipingere tonalità più morbide lunge i fianchi delle montagne, finché non mi scaturisce naturale un urlo, dinnanzi a panorami così maestosi, naturalmente selvaggi. Non ho ancora incontrato nessuno, da ore sono solo, circondato da paesaggi mozzafiato e un senso di libertà  inesprimibile. Cartelli a lato della strada indicano ogni tanto l’altitudine: 2000, 2500, 3000, 3500, 4000 metri. Se si pensa che sono partito dai circa 400 di Copiapò! Si scende quindi ai 3.756 metri del Salar de Maricunga nei pressi del controllo doganale  per coloro che hanno intenzione di recarsi in Argentina, giù dal paso de San Francisco. I salar sono molto presenti nel nord del Cile e in Bolivia. Il sale presente nella depressione proviene dalla dissoluzione dei sali minerali presenti nel suolo vulcanico, apportati dall'acqua delle precipitazioni sulla catena delle Ande. In un primo tempo la pioggia filtra nel suolo, dove si deposita accumulando i sali minerali. In seguito le acque sotterranee affiorano per poi evaporare, dando origine ad un accumulo dei sali minerali, che formano una crosta solida. Costeggio il salar dopodiché la strada risale offrendomi panorami strepitosi e la possibilità di ammirare montagne altissime come il Cerro Tres Cruzes(6.749 metri) e il vulcano Ojos del Salado, il più alto del mondo con i suoi 6.893 metri, poco più basso dell’Aconcagua, che con 6.962 metri è la cima più alta delle Americhe. Finora non ho incontrato nessuno, mi sembro un pioniere, un esploratore. La strada è in buone condizione, il cielo delle Ande è di un blu intenso, privo di nuvole, il luogo estremo, solitario, esagerato, da delirio. Più volte urlerò dalla gioia, solo chi ha provato queste emozioni può comprenderlo. Ti senti il padrone del mondo. Vedo le prime auto, provenienti dall’Argentina proprio nei pressi della pazzesca Laguna Verde, situata a 4.200 metri. Le sue acque sono color smeraldo ed è circondata da vulcani e montagne come l’Ermitano(6.187 metri). Era qui che volevo venire, godere di questo panorama, di una bellezza che strapazza, ma ora non mi basta. Il passo è a poche decine di chilometri e, anche se la strada ora è sterrata e il rischio di restare senza benzina non è del tutto assente, non posso negarmi di salire ancora, e ancora, fino ai 4.726 del Paso de San Francisco, uno dei passi carrozzabili più alti del mondo. Solo al Kunjerab pass, ai confini Cina-Pakistan (4.693 metri) mi era capitato di salire in auto ad altezze così vertiginose. L’aria è estremamente rarefatta, la tensione della guida è stata alta, ma non avverto alcun disturbo, anche se preferisco ripartire subito e tornare giù verso la dogana e il Salar de Maricunga. Ora sono ad un bivio e devo decidere il da farsi. Tornare per la stessa strada, con la certezza di giungere a Copiapò senza problemi, oppure deviare verso nord mantenendomi sull’altipiano fino al prossimo Salar de Pedernales? Opto per ammirare altri panorami, anche se la strada, tutta sterrata, potrebbe riservarmi qualche sorpresa. Non ne avrò e, raggiunto il Salar dal quale salgono col calore del sole vapori che creano forme irreali, scendo a sud attraverso una valle strepitosa con una strada che mi regala degli scorci così entusiasmanti che mi impongono di frenare per valorizzarli meglio con una sosta. Montagne aspre sui cui fianchi si intravedono infiltrazioni di minerali di diverso tipo, tanto da dare impressione che la roccia sia talvolta rossa, viola, gialla, incredibile! Al termine della discesa incontrerò un curioso treno merci che sbuffa un fumo nero dalla piccola locomotiva. Sono numerose le miniere nella zona da cui si estraggono diversi materiali, spesso salnitro. L’itinerario è completato, ora non mi resta che raggiungere Diego de Almagro. La benzina è stata sufficiente, ma tirerò un sospiro di sollievo solo quando riuscirò a rifare il pieno. Sono stanco morto e non mi sento completamente a posto, d’altronde dopo aver imposto al mio corpo più di 9.000 metri di dislivello in 18 ore sfido chiunque a non sentirsi un po’ frastornato, oltretutto guidando da solo, su strada alle volte pericolose. Giungo a Chanaral, sul mare. Non ho altro desiderio che trovare un alloggio, mettere qualcosa sotto i denti… e riposare. L’indomani parto di nuovo prestissimo, alle 4.45. Devo guidare per un lungo tratto e non posso farmi concessioni. La strada corre a nord nel deserto di Atacama, le montagne desertiche sono abbastanza distanti, perciò non posso affermare che il panorama mi stimoli durante la guida, tuttavia raggiungo la città costiera di Antofagasta, dopo aver ammirato qualche chilometro prima un enorme mano di granito- la Mano del Desierto- una scultura creata da un artista cileno nel 1992. Ho già percorso 400 chilometri ed ora proseguo verso Calama notando cartelli che indicano la presenza i molte miniere(Calama è celebre per quelle di rame). Quindi continuo fino a raggiungere la mia agognata meta: San Pedro de Atacama, un grosso villaggio posto al centro di una delle zone più spettacolari del Cile e invaso da turisti provenienti da ogni angolo della Terra. Sono in anticipo sulla mia tabella di marcia, ma se voglio concedermi qualche must anche oggi devo prima trovare alloggio e fare una capatina all’ufficio turistico per ottenere le informazioni necessarie affinché possa comprendere cosa possa fare con la mia auto e dove, invece, sia meglio aggregarmi ad un gruppo. Riesco a risolvere ogni problema in un lampo e persino a prenotare per domattina presto l’escursione ai Geysers del Tatio. Intanto mi dirigo verso la prima delle due escursioni che mi hanno garantito possibili anche con la mia auto: la Valle della Morte, che prende il nome da un banale errore di traduzione. In origine si chiamava Valle di Marte per la sua somiglianza con i paesaggi del pianeta rosso. Poi un prete francese che venne da queste parti ne storpiò il nome in Valle della Morte.  Prendo la deviazione sterrata che mi immette di colpo in un paesaggio spettacolare, fatto di sabbia e rocce rosse. La pista però è terribile e sono preoccupato, non vorrei causare danni alla vettura. Inoltre il fondo sta diventando troppo sabbioso per i miei gusti e poco più avanti ci è mancato un nonnulla che m’insabbiassi come un allocco. Solo con una manovra strepitosa sono riuscito, accelerando a curvare in uno spiazzo e tornando sul suolo duro. L’inversione mi pareva impossibile da realizzare e la sua riuscita la devo come sempre alla buona stella che mi segue in tutte le mie peripezie. Lascio l’auto e m’inoltre per un tratto a piedi, salendo su una duna per ammirare meglio, dall’alto, il panorama e poi riparto dirigendomi verso la successiva Valle della Luna, più sicura e se possibile ancora più affascinante. Lungo il percorso, prestabilito, si sosta inoltrandosi prima in un sentiero da percorrersi a piedi, attraverso formazioni geologiche create nel corso di milioni di anni all’ombra dell’imponente vulcano Licancabur(5.916 metri). Più avanti salgo sulla Duna Grande, da dove si gode una spettacolare vista a 360 grandi su di un paesaggio che pare davvero lunare. Un impressionante miscuglio di forme, formazione di sabbia e pietra scavate dal vento e dall'acqua.. Ci sono anche laghi rimasti senz'acqua con la superficie bianca per i depositi di sale che in alcuni punti creano delle strane composizioni astratte. La Valle della Luna è parte della Reserva Nacional los Flamencos ed è stata dichiarata santuario naturale nel 1982 per le sue bellezze naturali e il suo paesaggio lunare (che gli ha dato il nome). La valle è anche uno dei posti più secchi del mondo dove alcune aree non hanno ricevuto una goccia di pioggia da centinaia di anni. Proseguo in auto ammirando ulteriori fantastiche erosioni fino alle incredibili formazioni chiamate “le tre Marie”. Il Cile si sta rivelando una terra sorprendente, entusiasmante. Ritorno a San Pedro dove passeggio per una mezz’oretta. Non c’è un gran che da vedere. Il villaggio si mostra per quello che è, o meglio, per quello che realmente è diventato: un paese prettamente turistico e meta preferita di yippie e fricchettoni. Si vedono solo ostelli, alberghi, ristoranti e…negozi di souvenir. Le vecchie botteghe di un tempo sono chiuse oppure si sono riammodernate per accativarsi i soliti turisti occidentali. Le stradine sterrate sono piene di tour operator che cercano di venderti gli ultimi posti disponibili per un emozionante “all included” tour nel deserto. Nonostante ciò qui nei dintorni si vive per davvero la natura ai massimi livelli. Una cena vulgaris in un ristorante sulla piazza e quindi a nanna. L’indomani sveglia alle 3.30 e alle 4.00 sono già fuori dall’ostello ad attendere il pulmino che mi porterà, insieme ad altri 20 turisti, ai Geysers del Tatio. Il momento migliore è quello dell’alba, per questo si parte presto. In questo sito, alimentato da 64 geysers, i più alti del mondo, a 4.300 metri, e circondato da vulcani altissimi, sembra di essere avvolti in uno scenario dantesco con un sottofondo sonoro di  acqua in ebollizione. La visione delle sue fumarole, nell’azzurro terso dell’altopiano è indimenticabile. Dopo un ora si ritorna facendo sosta in una piscina termale alimentata da acqua che sgorga a temperature altissime. Non sembra vero di stare a mollo a quest’altezza. Si riparte mentre gli occhi cercano di catturare ogni endemicità del territorio e della fauna locale. Il vulcano Putana(5.890 metri) di fronte a noi sta sbuffando in lontananza colonne di fumo, mentre in alcune lagune ricche di vegetazione sguazzano folaghe giganti, alzavole della puna e, sulla riva, vigogne e lama. Sono visioni che danno pace, come i flamingos andini che con le loro lunghe zampe setacciano il basso fondale, anche se da stamattina avrò incontrato almeno duecento turisti e comincio a diventare un po’ insofferente. Ulteriore sosta più avanti al piccolo villaggio di Machuca, anch’esso ormai venduto al turismo e dove restiamo per una ventina di minuti per ripartire lungo una valle ricoperta di tipici cactus andini, i cordones e raggiungere San Pedro. Veloce puntata alla centrale iglesia de San Pedro, il cui tetto è realizzato proprio in legno di cordones e quindi riparto in solitaria verso sud dirigendomi per primo al villaggio di Toconao dove entro nella chiesetta locale, realizzata con roccia vulcanica. In lontananza il temibile vulcano Lascar(5.510 metri). Il vulcano ha eruttato più di 20 volte dal 1848 al 1993. L'eruzione dell'Aprile 1993 fu di grande potenza, produsse una colonna eruttiva di oltre 20 km, grandi emissioni di pomice ed un flusso piroclastico lungo oltre 7 Km. Ulteriore sosta più avanti nel villaggio di Socaire che vanta una graziosa chiesa coloniale col tetto in legno di cactus. Qui siamo nella zona degli indios atacamenos che precedettero nella regione l’arrivo degli Incas e degli spagnoli. Lo scopo di questa mia escursione è però raggiungere i laghi altipianici Miscanti e Miniques e quando li raggiungo, davanti alla splendida tonalità azzurra sui quali svettano il Cerro Miniques(5.910 metri), il Cerro Miscanti(5.622 metri), il cerro Chiliques(5.778 metri) quasi mi commuovo. Il cielo terso crea un quadro naturale all’interno del quale non pare vero di trovarsi. Ma la giornata mi riserverà anche un'altra visita speciale infatti, sulla strada del ritorno, devio inoltrandomi nel celebre Salar de Atacama dove sembra che Dio si sia divertito a creare cristalli dalle forme più svariate. Pare impossibile trovarvi forme di vita, invece ecco l’oasi della laguna Chaxa, il luogo di cova dei fenicotteri andini più facilmente accessibile di tutto la riserva. Osservo le leggiadre movenze dei flamingos e infine decido di far ritorno a San Pedro. Una pizza, doccia e a nanna. Sono così stanco che bisognerebbe trovare un nuovo aggettivo per descriverlo. Finalmente posso dormire un po’ di più, la prima visita che ho in programma non è distante da qui così faccio colazione con calma prendendo in seguito la strada per Toconao e deviando per la laguna Cejar dove vengo accolto dal leggiadro quadro di quattro flamingos in volo. In giro non c’è ancora nessuno cosicché posso deliziarmi di un ambiente dove gli unici padrone sembrano essere la natura e il silenzio. Mi reco poi all’adiacente laguna Pedra, un luogo unico dove, entrando in acqua, dato l’alto tasso di salinità, si galleggia come nel Mar Morto. Per il momento ne sono il padrone assoluto, una sensazione meravigliosa. Riparto, direzione un’altra laguna, la Tebenquiche, e anche qui un'altra emozione mirabolante. Davanti a me si estende un’enorme distesa di sale sulla quale passeggio per un quarto d’ora, un salar che si estende per chilometri, un ambiente surreale, unico. Lungo la strada del ritorno sosto un istante al curioso Ojos del Salar. Si presenta come un grosso foro nel Salar(circa 20 metri di diametro) con uno specchio d’acqua dove alcuni turisti stanno esibendosi in tuffi, rimanendo poi a galla come nella laguna Pedra. Bene! Le escursioni che avevo programmato nei dintorni sono tutte terminate con successo, ora non mi resta che tornare sui miei passi, prima a San Pedro, poi a Calama e Antofagasta lungo un tragitto già conosciuto, ma sempre piacevole da percorrere. Ad un certo punto, invece che proseguire verso l’interno, devio  su una ruta alternativa che attraverso una bella strada in mezzo a montagne aspre e dalle mille sfumature di marrone mi porterà sino alla costa del Pacifico. Prima della discesa c’è la deviazione per l’osservatorio Cerro Paranal, uno dei tanti presenti nel nord del Cile dove le condizioni del cielo sono ideali per osservare gli astri. Un curioso fenomeno anticipa la mia discesa verso il villaggio di pescatori di Paposo. Goduto finora uno splendido cielo azzurro noto che la strada, più in basso, è nascosta dalle nuvole. Non è altro che la Camanchaca l’effetto della corrente fredda di Humboldt che crea spesso una fitta nebbia che ingloba i villaggi costieri. L’ambiente diventa all’improvviso grigio e insieme al poderoso oceano, che infrange le sue onde sul litorale estremamente frastagliato, trasmette un senso di deferenza nei confronti della potenza della natura. Non mancano qua e là piccole anse dove famiglie di vacanzieri, con le loro tende, si azzardano a bagnarsi, ma io invece sono più attratto dai numerosi scogli, più o meno grandi, dove noto decine e decine di pellicani. Questo è il loro regno e ne segnano la  proprietà col loro guano che ha trasformato le rocce in dirupi completamenti bianchi. Prima di giungere alla meta finale, Taltal, noto una piacevole spiaggia, la playa Tierra del Moro così dopo aver trovato un decoroso alloggio mi ci reco trascorrendo qui il tempo restante. Taltal è una piacevole cittadina di mare con piazze ben curate ed edifici risalenti al periodo d’oro dell’industria dei nitrati. Ceno nel  suo miglior ristorante, il Club social Taltal, gustando un superbo Congrio(pesce) a la plancia. Il giorno seguente parto alle 6.30 sostando prima al distributore di benzina in città. Con mio grande disappunto noto che la gomma anteriore destra è un po’ a terra. Maledizione! Il gommista apre alle 8.30 ma non posso certo attendere due ore, così decido di rischiare, ripristino la pressione giusta con la speranza che non ci sia un “pinchazo”. Raggiungo abbastanza velocemente la deviazione per il Parque Nacional de Pan de Azucar dove la fredda corrente di Humboldt favorisce la vita di oltre 20 specie di cactus e piante grasse. La sua altitudine va dal livello del mare a 900 metri e l’attrazione che attira viaggiatori da tutto il mondo è l’Isla Pan de Azucar che si trova a breve distanza dalla costa. Giunto alla Caleta, sede di una piacevole spiaggia di sabbia bianca, chiedo informazioni ai pescatori locali. Una lancia partirà però solo alle 13.00 con altri turisti provieniti da Caldera. Non posso permettermi di attendere fino a quell’ora e così riesco a convincere il loro capo a portarmici subito, naturalmente a prezzo triplicato. Ma almeno non dovrò sacrificare mezza giornata di viaggio e potrò godere appieno di un’esperienza che si preannuncia unica. Partiamo dopo mezzora di preparativi. Prima dell’Isla ammiro, su alcuni scogli, dei cormorani Guanay dalla testa e zampe rosse, quindi delle sule piquero, un particolare tipo di sula dalle ali marroni e dalle zampe blu. Ma l’attrazione sono i celebri pinguini di Humboldt. Ce ne sono circa 2.000 sull’isola, piccoli e stanziali e si riesce ad ammirarli benissimo sulle rocce. Qui si riproducono e le uova le nascondono nella parte alta dell’isola, dove le nutrie di mare, di cui ne noto un esemplare nuotare molto vicino alla costa, non possono rubarle, dato che con le loro zampe palmate si scotterebbero sul suolo caldo per arrivare sino in cima. Con l’ausilio di un cannocchiale osservo questa fauna così particolare, come i curiosi avvoltoi collorosso, i pellicani, alcuni leoni marini. Che spettacolare escursione, ma mentre i due uomini del mio equipaggio mi stanno riportando alla Caleta, noto una pinna a poca distanza da noi che mi pare essere di un lobo de mar. Avvicinandoci però mi rendo conto che si tratta invece di un enorme pesce luna che riesco ad osservare perfettamente, dato che è rimasto a pelo d’acqua per una ventina di secondi prima di sparire nel blu dell’oceano. Il capitano mi dice che era un esemplare di circa 500 kg. Non lo dubito dato che è il più grande tra i pesci ossei. Che splendida esperienza! Ringrazio i miei due accompagnatori, mi concedo un bagno nella spiaggia della Caleta e riparto lungo la strada costiera del parco ammirando spiagge di sabbia bianca e promontori rocciosi che fiancheggiano l’oceano. Chanaral è preceduta da una spiaggia enorme e da qui proseguo lungo la Carretera costera fino alla cittadina di Caldera, notando lungo il tragitto decine e decine di campeggi fissi fatti di basse capanne. La costa è rocciosa, il mare nervoso e non capisco dove possa essere il piacere di villeggiarvi. Oltrepasso Caldera giungendo a Bahia Inglesa, una località turistica ricca di belle spiagge, le più frequentate della regione. Playa Machas, playa Cisne, ma la mia intenzione è di proseguire fino a quella considerata la più bella: la Playa de la Virgen a poco meno di 50 km da Bahia Inglesa lungo una panoramica strada costiera sterrata. Il tempo è soleggiato, così sarà un piacere discendere nella baia di sabbia bianca e stendersi un po’ al sole dopo un buon bagno. Lungo i fianchi rocciosi sono presenti della case di vacanzieri costruite su palafitte. Anche quest’oggi sono riuscito ad ottenere tutto ciò che mi ero ripromesso così, estremamente soddisfatto per come sta maturando questo viaggio, devio verso l’interno raggiungendo prima Copiapò e quindi, dopo altri 150 chilometri, la cittadina di Vallenar dove trovo facilmente alloggio in un ostello sulla piazza principale dove è presente anche la chiesa maggiore, anonima all’interno e con uno strano campanile completamente in ferro. L’indomani è in programma un’altra chicca assoluta e per godermela appieno decido di riposare un po’ di più, faccio colazione qui e parto alle 7.30 giungendo nella città di La Serena, 200 km più a sud verso le 10.00. Rifornimento di benzina e cibarie, notando con soddisfazione che la gomma anteriore destra sembra in ordine. La Ruta che sto per percorrere è considerata una delle strade più belle del mondo e, se tutto dovesse andare per il verso giusto mi porterà fino all’altezza vertiginosa del Paso Agua Grande, sul confine Cile - Argentina a ben 4.753 metri. Entrando nella ridente Valle dell’Elqui vengo improvvisamente cinto da un fitto manto di verde rendendomi subito conto del grande fascino della valle. Sui pendii, come nel fondovalle, sono presenti vastissime zone di terrazzamenti coltivati a vite. Qui, infatti, si produce un ottimo vino, oltre ad essere il cuore della produzione del famoso Pisco, un distillato d’uva per la cui denominazione d’origine si è scatenata una violenta disputa fra il Cile e il Perù. Dapprima la strada sale piacevole in mezzo a questo paesaggio quasi prealpino fino alla cittadina di Vicuna, poi le aspre ed alte montagne prendono il sopravvento nella successiva Valle de Turbio fino a giungere al controllo doganale dove vengo a sapere che dovrò ritornare entro le 17.00, ora in cui verrà chiuso il transito veicolare. Devo perciò accelerare, ma la strada si fa improvvisamente insidiosa, il manto sterrato è costituito, a causa di lavori in corso, di un pietrisco subdolo e pericoloso che fa slittare le ruote già a 50-60 km/h. Devo prestare estrema attenzione anche alle asperità del terreno, buche, avallamenti e sassi che potrebbero causarmi danni meccanici. Man mano che si sale il paesaggio deflagra in una natura selvaggia d’alta quota, montagne aspre, alcune coperte dalla neve. Ecco un lago artificiale dalle acque turchesi chiamato La Laguna e, di tanto in tanto, i celebri penitentes (già ammirati durante il mio trekking in Aconcagua). Sono un curioso fenomeno naturale che si verifica in alta quota nell’emisfero meridionale, punte di neve e ghiaccio indurito, con spigoli che puntano verso il sole che raggiungono altezze da pochi centimetri fino ad alcuni metri. E la strada sale, sale sempre di più, 3.500, 4.000 metri, con tornanti e curve strette dove bisogna prestare molta, molta attenzione. A differenza della salita verso il Paso de San Francisco qui la strada è pericolosissima, non c’è ombra di guard rail come là, ma gli strapiombi che si presentano a lato della stretta strada sono impressionanti. Basta un errore, anche un’impercettibile svista di 10 centimetri e si precipita giù per 100-800 metri. In salita basta stare attenti e non farsi impressionare dalla vista alla propria destra quando ci si deve spostare per consentire al veicolo che procede in senso opposto di transitare. Ma al ritorno!!! Inoltre gli occhi sono come sequestrati di continuo su panorami che mutano in continuazione e sono sempre più calamitati verso scorci ogni volta diversi e di rara bellezza. L’adrenalina è al massimo, mi scoppia dentro, l’altitudine sta facendosi sentire anch’essa, mentre la cima si sta avvicinando. Ecco il passo, e non posso trattenere un urlo fragoroso. Esco dall’auto aspirando ogni angolo scrutabile, salvandomelo indelebile nella memoria. Avverto dentro me un ebbrezza delirante, come una sorta di ubriacamento mentale dopo tanta natura che ti ha squassato dentro. E’ il momento di tornare, meglio che mi do una mossa. Purtroppo non posso permettermi di guidare troppo lento, anche se gli strapiombi che si ostentano dinnanzi mi fanno venire la pelle d’oca, mantengo comunque, in discesa, una velocità che mi consenta di deliberare in tempo un eventuale pericolo e non farmi sopraffare. Solo lungo gli ultime trenta chilometri prima della dogana mi esibirò in una guida francamente azzardata, con derapate in curva sulla ghiaia del fondo stradale che mi daranno la sensazione di partecipare a un rally di montagna. Ho torchiato l’auto davvero oltre il consentito, ma ora sono fuori pericolo e, tornato nei pressi di Vicuna, decido di completare questa splendida giornata con la visita di alcuni pittoreschi villaggi sulla Valle d’Elqui. Il primo sarà Paihuano sulle cui colline che lo cingono sono presenti dei terrazzamenti arditissimi. Quindi Montegrande, che ha dato i natali alla famosa poetessa, premio Nobel, Gabriela Mistral. Visito la locale chiesa, senza pretesa, con il solo altare ligneo degno di attenzione. Nella piazza antistante ci sono molti hippy che confezionano cianfrusaglie che poi vendono ai turisti. Come negli altri paesini della valle qui si vive di terra e artigianato, di cose semplici, attraendo da decenni una gioventù ”alternativa” che trova piacevole vivere in questi luoghi così a misura d’uomo. La nitidezza del cielo è sorprendente e sono numerosi gli osservatori astronomici che consentono di scrutare gli angoli possibili dell’universo. Purtroppo non potrò esaudire il mio desiderio di giungere fino in fondo alla valle, visitando i villaggi più remoti. La gomma di destra è paurosamente a terra, evidenziando la presenza di una indubbia foratura. Chiedo subito ai locali la presenza di un gommista nelle prossimità, ma l’unico, se è ancora aperto, e sono ormai le 18.30, è a Pisco Elqui, il paese seguente. Le indicazioni non sono precise, è ubicato nella periferia del villaggio, ma lo trovo, con mio enorme sollievo. Convinco il vecchietto a riparare il “pinchazo” ma mentre sono comodamente seduto su una poltroncina in attesa che mi ricollochi la ruota a posto, noto con raccapriccio una macchia d’olio sotto l’auto. Non ci posso credere! Un’analisi più approfondita evidenzia un piccolo buco nella coppa dell’olio. La Ruta 41 mi ha presentato il conto, ed è molto salato. Il gommista non è in grado di riparare il guasto, serve un lattoniere e qua non ce ne sono. Lui non ha nemmeno dell’olio da aggiungere per ripristinare quello che senz’altro avrò già perso da chissà quanto tempo. Bisogna tornare a Vicuna e devo farlo in fretta. Scendo dalla valle guidando come un pazzo sperando che la mia buona stella non sia improvvisamente implosa rovinandomi il prosieguo di questo straordinario viaggio. Giunto a Vicuna mi reco al distributore di benzina, ma c’è bisogno di un meccanico per riparare il guasto e ormai sono le 20.10. Dove ne troverò uno aperto? E che abbia la bontà di aiutarmi? Chiedendo in giro finisco in una traversa della strada principale dove ce ne dovrebbero essere uno, entro in una sorta di cortile pieno di auto da rottamare dove quattro persone stanno fumando sigarette per celebrare la fine della giornata di lavoro. Non so come sia riuscito a convincerli a ripararmi il danno e neppure riesco a capacitarmi di come siano riusciti a tamponarmi il guasto grazie ad una miracolosa pasta che ha sigillato il buco. Davvero devo avere uno stuolo di Santi in Paradiso! So solo che dopo un ora e mezzo, alle 21.30, il cuore mi è tornato a battere regolarmente. Ringrazio i miei salvatori e, dopo aver trovato con facilità un ostello a prezzi stracciati, ceno in un bar gustando una quesadillas con queso de cabra e jamon. La tensione che ho addosso è a livello di infarto e mi ci vuole un buon Pisco sour per riordinare la psiche. Durante la notte non posso fare a meno di pensare al guasto riparato, sperando che l’”otturazione” riesca a resistere fino a Santiago. Di mattina mi concedo una buona colazione, convincendo la proprietaria a servirmela persino alle 6.30, per poi partire alla volta di La Serena e quindi giù, fino a Los Volos, nuovamente sulla costa Pacifica. Oggi il meteo non mi è favorevole, la Camanchaca opprime la costa impedendomi di godere appieno delle potenzialità balneari che offre tuttavia, nei pressi di Papudo battezzo la mia prima spiaggia. L’acqua è gelida, accidenti, ma riesco ugualmente a trarne piacere. Alti edifici si susseguono lungo il lungomare mentre lascio la località risalendo verso la mia destinazione finale di Valparaiso. La prossima sosta sarà nella Playa di Zapallar, la più esclusiva tra le località balneari cilene. L’elite di Santiago non si sognerebbe di andare al mare che qui dove, in effetti, sono presenti grandiose residenze multimilionarie che si affacciano sull’oceano dalle colline boscose che fanno da sfondo all’arco di sabbia dorata racchiuso in una baia protetta. Dopo il bagno, quasi artico, riparto lungo la strada costiera attraverso l’altrettanto ricca Cachagua che presenta una spiaggia più grande ma, dopo Zapallar, il mio corpo si rifiuta di ripetere un ingresso in acqua così scioccante. E pensare che siamo in piena stagione estiva! Oltrepasso le località balneari di La Laguna, Maitencillo e Horcon dove, nonostante le lunghe spiagge sabbiose alcuni cartelli indicano ” no apta por el bano”. E me ne guardo bene! Dappertutto, sono ben visibili le direzioni di evacuazione in caso di tsunami e mi ritorna in mente un radiogiornale ascoltato poco prima di giungere a San Pedro de Atacama che informava di un terremoto di 3,8 della scala Richter registrato proprio dove mi sto recando, nella zona di Valparaiso. Ma tanto i cileni ci convivono da sempre in questa terra ballerina! Pensate che nel 2010, un evento sismico verificatosi al largo della costa del Maule, poco sotto Santiago, di magnitudo 8,8 e durato circa tre minuti, ha spostato l’asse di rotazione terrestre di otto centimetri. È stato il più forte terremoto che ha colpito il Cile dal 1960 e il più forte mai registrato dal maremoto nell’Oceano indiano del 2004. Il sisma ha liberato un'energia 1.000 volte maggiore rispetto al terremoto di Haiti ed è stato 30.000 volte più potente di quello dell’Aquila del 2009. Di tanto in tanto fa la comparsa il sole conferendo alla zona costiera un aspetto decisamente vacanziero. Mi spingo fino a Caleta Horcon dove, di fronte alla piccola spiaggia piena di barche di pescatori, è presente un grosso scoglio con decine di grandi pellicani. Nei pressi di Renaca e Villa de Mar, due località balneare famosissime per le loro lunghe spiagge sabbiose piene zeppe di bagnanti, dovrò sopportare una estenuante coda in auto e, finalmente eccomi entrare in Valparaiso. Trovato l’Hostal Blanca Rosa, già prenotato dall’Italia, sistemo le mie cose, uscendo subito dopo per una breve passeggiata ed una frugale cena. Per domani ho programmato la meticolosa visita di questa che è considerata la più bella, affascinante città cilena, e a buon titola iscritta nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Dopo colazione m’incammino lungo la avenida lungomare, la Errazuriz, in direzione del porto. Valparaiso è divisa in due parti: El Plan, il congestionato quartiere commerciale che si estende in posizione pianeggiante vicino al mare e i 42 cerros che si innalzano alle sue spalle e sono collegati appunto da ascensori, delle vecchie funicolari che arrancano su ripidi binari. La prima impressione è di una città un po’ sporca, fatiscente, direi decadente, colonizzata da yuppies che imbarazzano le piazze con il loro abbigliamento anticonformista portato all’estremo, che dormono dove vogliono. I cani poi sono ovunque e recano davvero oppressione alla vista. Si deve stare anche attenti perché alcuni hanno la rabbia. Giungo nella bella plaza Sotomayor, dominata dall’edificio neogotico della Comandancia Naval e da un monumento a Los Heroes de Iquique. Proseguo verso l’estremità sud della città, in plaza Wheelwright dove però l’ascensor Artilleria e chiuso per lavori perciò ci devo arrivare tramite una ripida strada in salita. Da qui si gode uno splendido panorama sulla zona del porto e sul lungomare. In plaza 21 de Mayo c’è il museo Naval. Ridiscendo e raggiungo la zona del vecchio Mercato e la iglesia La Matriz che visito senza ottenerne alcun godimento visivo. Ritornato in plaza Sotomayor salgo, con l’ascensor El Peral, al cerro Alegre dove passeggio nel piacevole Paseo Yugoslavo fino al Palacio Baburizza, un bizzarro edificio art nouveau sede del museo delle Belle Arti. Da qui scendo attraverso la graziosa calle Templeman, bordata da case caratteristiche, molte dipinte da murales di cui la città va giustamente orgogliosa. E’ un piacere passeggiare fra stradine acciottolate fiancheggiate da case coloratissime, locali originali. Dal Paseo Atkinsons dov’è il lussuoso hotel Brighton, percorro il Paseo Gervasoni al limite del quale prendo l’ascensor Concepcion con cui ridiscendo al Plan. Breve sosta nella plaza Anibal Pinto a gustare un panino e quindi salgo a piedi lungo la ripida Cumming fino a plaza Bismark dov’è un piacevole mirador da cui si gode la bassa Valparaiso. Percorro ora tutta la avenida Alemania osservando i  contrasti fra altissimi edifici e quasi baracche aggrappate alle pendici dei cerros, apparentate alle favelas brasiliane. Altro mirador, il Camogli dal quale si osserva l’urbanistica del cerro Yungay e quindi giungo alla famosa Sebastiana, la vecchia casa del più celebre abitante della città, il poeta premio Nobel Pablo Neruda. Ora è diventata una casa museo dove i visitatori percorrono i quattro piani dell’abitazione ammirando interessanti suppellettili come un bellissimo orologio, la poltrone Nube sulla quale il poeta usava ammirare il panorama sulla città attraverso le ampie vetrate della stanza. La casa possiede un arredamento interessante fatto di pregiati tavoli, vasi, quadri, sculture e un’architettura originalissima ideata da Sebastian Collado da cui il nome in suo onore. Nel quarto piano, dalla camera da letto, si goda una vista spettacolare sulla città e, sopra il letto, è presente un bell’arazzo etiope che descrive la storia della regina di Saba. Attraverso la Hector Calvo percorro il quartiere Bellavista scendendo fino all’ascensor Espirito Santo che mi porta ad ammirare il cosiddetto Museo a cielo abierto, dove si possono apprezzare venti coloratissimi murales (tutti firmati) che decorano le strade di questo basso cerro. La visita di Valparaiso è terminata, così ho tutto il tempo di dare un occhiata anche a Vina del Mar dove per prima voglio recarmi al famoso Parque Quinta Vergara, un curatissimo parco che un tempo apparteneva ad una illustrissima famiglia della città. Vi ho l’occasione di osservare l’araucaria e la palma cilena, due piante endemiche di questo paese. Lasciato il parco mi reco al Castello Wulff un grazioso castello fatto costruire da un facoltoso uomo d’affari di Valparaiso, dalla sua torre si ammira un bel panoramica sul lungomare e sugli scogli di fronte saturi di pellicani, un occhiata alla mostra d’arte moderna che vi si tiene e via verso l’affollatissima zona balneare. La spiaggia, di sabbia, è lunghissima e zeppa di bagnanti, ma per fermarmi qui e fare anche il bagno dovrebbero pagarmi profumatamente. C’è un tale affollamento di gente ed una tale selva di palazzi altissimi che non vedo l’ora di andarmene, cosa che faccio di gran carriera. Preferisco terminare la giornata a Quintay un paesino di pescatori dove sarebbe mia intenzione cenare ma è ancora troppo presto e nella vicina Caleta non trovo francamente alcun motivo per trattenermi. Il viaggio può considerarsi terminato e, dopo una cena a base di mariscos a Valparaiso, me ne torno in ostello a riordinare le idee. L’indomani, dopo colazione, percorro l’autopista che mi porta direttamente all’aeroporto. Il volo di ritorno non mi riserverà sorprese e dopo il solito calvario di decolli, atterraggi ed attese a San Paolo e Lisbona, atterro in una grigia e piovosa Malpensa, distrutto fisicamente, ma felice nell’animo.

 

 

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